Author Topic: L’Ecuador progettava l’evasione di Assange in una valigia diplomatica  (Read 2089 times)

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L’Ecuador progettava l’evasione di Assange in una valigia diplomatica


Il piano segreto dell’ambasciata a Londra per “liberarsi” del fondatore di WikiLeaks




Assange con il reverendo Jackson lo scorso 22 agosto. Da qualche mese cerca di uscire il meno possibile sul balcone dell’ambasciata per paura dei droni Cia

 
03/09/2015
MONICA PEROSINO


Il «Signor ospite», nome in codice di Julian Assange, inizia a essere decisamente ingombrante. Così che i suoi padroni di casa, lo staff diplomatico dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove il fondatore di Wikileaks vive segregato dal 2012, hanno escogitato un piano: farlo evadere. 
 
Le ipotesi: nasconderlo in una valigia diplomatica, travestirlo e farlo uscire per poi confondersi con i clienti del magazzini Harrods - proprio di fronte all’ambasciata -, oppure farlo arrampicare sui tetti e poi issarlo su un elicottero. Lapidario e senza appello però, è il giudizio finale del pool di cervelli: «In tutti i casi verrebbe scoperto e arrestato».
 
La strada dei negoziati

I negoziati finalmente – e improvvisamente - aperti lunedì fra Svezia ed Ecuador per tentare di risolvere il caso di Assange, oggi assumono un significato diverso, più o meno quello dell’ultima spiaggia. Perché ora è chiaro come la via diplomatica sia l’ultima rimasta per consentire alla giustizia svedese di interrogare il fondatore di Wikileaks, accusato di stupro dalla procura di Stoccolma, ed evitare l’estradizione, che per Assange equivarrebbe a buttarsi tra le braccia della Cia, che lo aspetta al varco per i documenti top secret resi pubblici da Wikileaks. 
 
La strategia di fuga privilegiata - come si legge nei documenti dell’ambasciata, divulgati dal giornalista ecuadoriano Fernando Villavicencio e rilanciati da Buzzfeed - sarebbe stata quella della valigia diplomatica. D’altronde perché no, visto che aveva - quasi - funzionato nel 1984 con Umaru Dikko, il politico nigeriano rapito a Parigi dai servizi israeliani e nigeriani e ficcato in una valigia diplomatica per riportarlo in Nigeria. O nel caso dell’agente marocchino Mordechai Louk, liberato dalla «sua» valigia dai servizi italiani.
 
Ma niente, nessuna delle ipotesi elaborate dallo staff dell’ambasciata avrebbe funzionato e una dopo l’altra vengono abbandonate. La valigia diplomatica innanzitutto. Gli agenti di Scotland Yard sono ovunque («sorveglianza 24 su 24») e sfortunatamente dotati anche di scanner termico. Se anche fossero riusciti a trasportarlo fino all’auto diplomatica parcheggiata nel cortile le dimensioni - non confacenti a una valigia di documenti - avrebbero autorizzato una scansione di Scotland Yard. «Assange potrebbe mascherarsi o tentare un’uscita discreta», si legge in uno dei rapporti. Ma ancora, la vigilanza costante della polizia britannica li fa desistere: «Sanno benissimo che potrebbe travestirsi e cercare di scappare. Sanno anche della valigia». E il rischio è troppo alto.
 
Intanto le condizioni di Assange peggiorano di giorno in giorno. Costretto a dormire in quello che tre anni fa era il bagno delle signore dell’ambasciata, a camminare su un tapis roulant e prendere luce con una lampada abbronzante, mostra sempre più i segni dell’insofferenza, tanto da aver dato un pugno a una guardia e di aver bisogno, secondo il rapporto, di «un accesso controllato all’alcol».






http://www.lastampa.it/2015/09/03/esteri/lecuador-progettava-levasione-di-assange-in-una-valigia-diplomatica-AY5Wl0EDRkAnI6vIH37e9L/pagina.html